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LA SATIRA - DAI TEMPI ANTICHI AL MEDIOEVO

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LA SATIRA
dai tempi antichi al medioevo
- prima parte -



La satira è una dei tanti generi di comunicazione ed abbraccia diverse forme.
L'idea di satira era associata dai romani ad un particolare genere letterario confermato nell'Istitutio Oratoria di Quintiliano. Il nome Satira deriva dall'aggettivo “Satur” con il significato di “pieno, sazio” e “Satis” che significa “abbastanza” inteso come concetto di varietà, che ingloba diversi argomenti come costume, politica, religione, critica letteraria, in toni bassi, alti, parodici, ironici, con l'intento di divertimento, censura dei vizi, smascheramento ecc...

Secondo gli storici, Lucilio fu il fondatore della satira perché seppe dare stabilità alla metrica classica con l'introduzione dell'esametro dattilico, la più importante tipologia di verso in uso nella poesia greca e latina.

La “reinvenzione” della satira l'abbiamo con Orazio il quale adotta un linguaggio medio e duttile, rinuncia ad esprimersi e lascia agli altri giudicare la ricerca morale.

In età imperiale invece ritroviamo una satira più diretta proprio per un diverso ruolo del moralismo che divenne una forma di predicazione dai toni aspri, l'idea che l'uomo sia naturalmente perverso.

Durante il medioevo abbiamo una satira improntata su una morale che critica la chiesa, ed i suoi protagonisti, i chierici. Ci si avvicina alla tradizione profetica con la successione di personaggi del nuovo e antico testamento. La satira mediolatina derivò dalla produzione romana, l'autore medioevale tendeva a scrivere in prima persona presentandosi come narratore e giudice dei vizi.
Si capì l'importanza del rapporto con il pubblico ed il passaggio alle lingue nazionali favorì la diffusione della cultura al di fuori della solita cerchia, rivolgendosi in questo modo anche ai laici.



Nel 13° secolo il discorso satirico penetra anche nella poesia lirica caratterizzato dalla presenza di un io lirico che espone la propria opinione.
Rustico Filippi fu il primo a trapiantare in volgare toscano temi, stile e invettiva, con una lunga galleria di personaggi ridicolizzati sia moralmente che fisicamente, collegati alla realtà quotidiana, con toni sia aggressivi che divertiti.
All'invettiva subentra un'intenzione riformatrice, si preferisce la parodia con una tecnica allusiva, attraverso una letteratura più colta. Vi è una presa di posizione da parte dell'autore e l’uso dell'autobiografia, importantissima per gli studi successivi.

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Dovunque vai conteco porti il cesso
di Rustico Filippi
Dovunque vai conteco porti il cesso,
oi buggeressa vecchia puzzolente,
che quale-unque persona ti sta presso
si tura il naso e fugge inmantenente.
Li dent’i le gengìe tue ménar gresso,
ché li taseva l’alito putente;
le selle paion legna d’alcipresso
inver’ lo tuo fragor, tant’è repente.
Ch’e’ par che s’apran mille monimenta
quand’apri il ceffo: perché non ti spolpe
o ti rinchiude, sì ch’om non ti senta?
Però che tutto ’l mondo ti paventa
in corpo credo figlinti le volpe,
ta lezzo n’esce fuor, sozza giomenta.

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